ARTICOLI RECENTI

Assegno di natalità 2020: aggiornamenti

La legge di bilancio 2020 ha esteso l’assegno di natalità, anche detto “Bonus Bebè”, per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2020 al 31 dicembre dello stesso anno.

La circolare INPS 14 febbraio 2020, n. 26 ne illustra la disciplina, fornendo le istruzioni operative e contabili.

Nell’ambito del quadro normativo di riferimento, è prevista una modulazione dell’importo spettante per fascia ISEE e una maggiorazione del 20% in caso di figlio successivo al primo.

Per il 2020, in assenza di ISEE in corso di validità al momento della presentazione della domanda, a differenza degli scorsi anni, l’assegno di natalità potrà ugualmente essere corrisposto, ma nella misura minima di 80 euro al mese oppure di 96 euro al mese in caso di figlio non primogenito. L’importo dell’assegno potrà successivamente essere integrato della differenza eventualmente spettante, in seguito alla ricezione da parte dell’INPS della dichiarazione ISEE mancante.

Invalidità civile 2020 dipendenti pubblici: tutte le agevolazioni e prestazioni

Il lavoratore del settore pubblico che incorre in una condizione di invalidità, ossia di riduzione delle proprie capacità lavorative, è tutelato dal nostro ordinamento attraverso una serie di diritti ed agevolazioni che aiutano la persona invalida, non più in grado di prestare la propria attività intellettuale e/o manuale al 100%. L’entità di tali benefici, naturalmente, non è univoca per tutti, poiché dipende dalla gravità dell’invalidità.

Tale gravità, in particolare, viene misurata in percentuale, ossia la cosiddetta “percentuale d’invalidità”, che viene valutata direttamente dalla Commissione medica INPS in caso di accertamento dello stato d’invalidità del richiedente.

Si precisa, sin dall’inizio, che la pensione di invalidità non è regolata allo stesso modo per i dipendenti pubblici e privati. Quindi, esistono determinate agevolazioni valide per entrambe le categorie di lavoro ma, soprattutto, alcune misure valide solo per i dipendenti del pubblico impiego, e viceversa.

Ad esempio, la pensione di invalidità, l’assegno ordinario di invalidità e la pensione di vecchiaia anticipata per invalidi, in vigore per i lavoratori del settore privato, non valgono per i dipendenti del pubblico impiego.

Per tale categoria di lavoratori, infatti, sono riconosciuti trattamenti non validi per i lavoratori del settore privato quali i trattamenti di inabilità. Ma andiamo in ordine e vediamo nello specifico tutte le agevolazioni, per l’anno 2020, in favore dei dipendenti statali invalidi.

 

Invalidità civile: cos’è 

Prima ancora di elencare tutti i benefici rivolti agli invalidi civili è necessario comprendere quando si realizza lo stato di “invalidità civile”. Come appena anticipato, un soggetto è considerato “invalido” quando riporta una riduzione della capacità lavorativa, derivante da un’infermità o da una menomazione. Dunque, la situazione lavorativa viene compromessa proprio in relazione all’impossibilità di poter adempiere alle proprie mansioni, come in origine stabilito sul contratto di lavoro.

È bene tenere separati gli invalidi civili dal concetto di “handicap”. Quest’ultimo è lo svantaggio sociale derivante da un’infermità o una menomazione. In particolare è considerato portatore di handicap chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, sia stabile che progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa.

Come si accerta l’invalidità civile

Ma come si attesta l’invalidità civile? Ebbene, il primo step da seguire è l’ottenimento della certificazione medica introduttiva rilasciata dal proprio medico curante. Dopodiché è necessario sottoporsi a visita presso la Commissione medica INPS che valuterà lo stato di invalidità e assegnerà una determinata percentuale, che influirà poi sulle agevolazioni alle quali si ha diritto.

Parliamo ora di percentuali di invalidità.

Invalidità civile superiore al 33,33%

La percentuale minima per essere considerati invalidi è 1/3, ossia il 33,33%. Chi ha un’invalidità nel range compreso tra il predetto valore e il 45%, ha diritto a protesi ed ausili relativi alla patologia riconosciuta nel verbale di accertamento della commissione medica.

Invalidità civile superiore al 45%

Il secondo scaglione d’invalidità è il 45%. Si tratta dell’invalidità minima per godere del collocamento mirato previsto dalla L. n. 68/1999. Inoltre è anche possibile essere conteggiati dall’azienda nelle cd. “quote di riserva” relative alla legge sul collocamento obbligatorio. A tal fine è necessario essere titolari di un contratto a tempo parziale superiore al 50%.

Invalidità civile superiore al 50%

Con riferimento agli invalidi ai quali sia stata riconosciuta un’invalidità superiore al 50%, la legge riconosce il cd. “congedo per cure”. Trattasi, in particolare, di un periodo di astensione dal lavoro per un periodo non superiore a 30 giorni l’anno. In termini economici, il congedo applica la regola generale dell’istituto della malattia; tuttavia, tali giorni non rientrano nel cd. “periodo di comporto”.

Invalidità civile superiore al 60%

Lo scaglione successivo d’invalidità è il 60%. Tali invalidi hanno la possibilità di essere computati nella quota di riserva dell’impresa presso cui sono assunti, a prescindere dall’orario del contratto.

Invalidità civile statali: tipologie di pensioni erogabili

Rispetto ai lavoratori del settore privato, i trattamenti previsti per gli invalidi del pubblico impiego possono essere riassunti in tre diverse tipologie:

  1. inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro;
  2. inabilità assoluta e permanente alla mansione svolta;
  3. inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa

Scopriamoli uno ad uno.

Inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro

Per poter accedere al trattamento previdenziale rivolto agli inabili assoluti e permanenti a proficuo lavoro, è necessario:

  • aver maturato almeno 15 anni di contribuzione sia per i dipendenti dello Stato, che per i dipendenti degli Enti locali o Sanità;
  • essere riconosciuti inabili dalla competente commissione medica;
  • cessare dal servizio per inabilità assoluta e permanente a proficuo lavoro.

In tal caso, la pensione decorre dal giorno successivo alla risoluzione del rapporto di lavoro.

Inabilità assoluta e permanente alla mansione svolta

Per poter accedere al trattamento previdenziale rivolto agli inabili assoluti alla mansione svolta, è necessario:

  • aver maturato almeno 15 anni di contribuzione per i dipendenti dello Stato (20 anni di contribuzione per i dipendenti di Enti locali o della Sanità);
  • essere riconosciuti inabili dalla competente commissione medica;
  • cessare dal servizio per inabilità assoluta e permanente alle mansioni.

Prima di procedere alla dispensa dal servizio per inabilità alle mansioni, la P.A. deve adibire il dipendente ad altre mansioni più confacenti alla sua condizione di salute. Nel caso in cui ciò fosse impossibile, l’amministrazione provvede alla risoluzione del rapporto di lavoro ed il lavoratore può inoltrare la domanda di pensione all’Inpdap.

L’importo è calcolato in base all’anzianità maturata alla data di risoluzione del rapporto di lavoro.

Inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa

Per poter accedere al trattamento previdenziale rivolto agli inabili assoluti e permanenti a qualsiasi attività lavorativa, è necessario:

  • aver maturato 5 anni di contribuzione di cui almeno 3 nell’ultimo quinquennio;
  • essere riconosciuti inabili dalla competente commissione medica;
  • cessare dal servizio per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa non dipendente da causa di servizio.

La domanda, con allegato un certificato del medico curante attestante lo stato di inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa, deve essere presentata all’ultima amministrazione di appartenenza.

La pensione decorre:

  • dalla data di collocamento a riposo;

oppure,

  • dal primo giorno del mese successivo a quello della presentazione della domanda nel caso in cui la domanda sia stata inoltrata dopo la cessazione dal servizio.

Assegno ordinario d’invalidità per i dipendenti pubblici

Nonostante l’assegno ordinario d’invalidità è una misura prevista esclusivamente per il settore privati, l’INPS eroga tale trattamento anche ai dipendenti pubblici che sono anche iscritti all’Assicurazione generale obbligatoria INPS, e che quindi non sono esclusivamente assoggettati al regime ex Inpdap.

Solo in questo caso il dipendente pubblico, in qualità di iscritto all’Ago o ad una gestione sostitutiva, o, ancora, di iscritto presso la gestione separata, può aver diritto all’assegno ordinario d’invalidità.

Pensione di vecchiaia anticipata per i dipendenti pubblici

Sempre nella predetta ipotesi, se il dipendente pubblico avente diritto all’assegno ordinario risulta anche invalido in misura almeno pari all’80%, e soddisfa le condizioni per la pensione di vecchiaia anticipata, può ottenere la trasformazione dell’assegno ordinario d’invalidità in trattamento di vecchiaia anticipato, su domanda.

Si ricorda, al riguardo, che l’accesso alla pensione di vecchiaia anticipata è riservata:

  • agli uomini che hanno almeno 60 anni d’età anagrafica (55 anni per le donne);
  • a chi ha almeno 20 anni di contributi.

L’accesso è garantito dopo che siano decorsi 12 mesi dall’ultimo requisito perfezionatosi (anagrafico, contributivo o sanitario).

Se il lavoratore pubblico non richiede la tipologia di pensione, pur avendone diritto, l’amministrazione di appartenenza può collocarlo a riposo a partire dal compimento del limite di età ordinamentale (nella generalità dei casi pari a 65 anni), previo accertamento dei requisiti sanitari per la pensione e del soddisfacimento di tutte le condizioni richieste.

HOME

Reddito cittadinanza: ecco i Puc per lavorare in Comune

Chi percepisce il reddito di cittadinanza dovrà dare la propria disponibilità a svolgere progetti utili alla collettività (Puc) presso i Comuni per almeno 8 ore a settimana.

Chi percepisce il reddito di cittadinanza dovrà dare la propria disponibilità a svolgere progetti utili alla collettività (Puc) presso i Comuni per almeno 8 ore a settimana.

Si chiamano Puc ma somigliano tanto ai vecchi lavori socialmente utili (LSU). I Puc, non sono altro che Progetti Utili alla Collettività che i beneficiari del reddito di cittadinanza sono tenuti a svolgere nel proprio Comune di residenza per almeno 8 ore settimanali, aumentabili fino a 16.

Pena la perdita del diritto a fruire dei benefici economici.A seguito della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto ministeriale del 22 ottobre 2019 che definisce forme, caratteristiche e modalità di attuazione dei Puc, il decreto ministeriale del 14 gennaio 2020 stabilisce, le modalità di impiego dei beneficiari del reddito di cittadinanza per lo svolgimento di progetti sociali nei Comuni di residenza. A tal fine, sulla Piattaforma GePI dal 22 febbraio è attiva una nuova funzione che consente ai Comuni di caricare, sia i progetti messi in campo, sia l’elenco dei beneficiari Rdc per i quali dovrà essere aperta la copertura assicurativa al Inail.

I Progetti Utili alla Collettività

Sono tenuti ad offrire la propria disponibilità allo svolgimento dei Puc i beneficiari del reddito di cittadinanza che abbiano sottoscritto un Patto per il Lavoro o un Patto per l’Inclusione Sociale, pena la decadenza dal beneficio. La partecipazione ai progetti è facoltativa per le persone non tenute agli obblighi connessi al reddito di cittadinanza, che possono aderire volontariamente nell’ambito dei percorsi concordati con i servizi sociali dei Comuni/Ambiti Territoriali. Oltre a un obbligo, i Puc rappresentano un’occasione di inclusione e crescita per i beneficiari e per la collettività.

Una misura già prevista dalla legge

L’art. 4, comma 15, della legge sul reddito di cittadinanza stabilisce che il beneficiario di tale provvidenza è tenuto ad offrire la propria disponibilità per la partecipazione a progetti a titolarità dei Comuni, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni, presso il Comune di residenza, mettendo a disposizione un numero di ore compatibili con le altre attività dell’interessato e comunque non inferiori a 8 ore settimanali, aumentabili sino a 16 con il consenso di entrambe le parti. La mancata partecipazione a detti progetti da parte di uno dei componenti maggiorenni il nucleo familiare comporta la decadenza del beneficio.

Le regole dei Puc stabilite nel decreto

Il decreto che istituisce i Puc risale al 22 ottobre 2019, ma è stato pubblicato sulla Gazzetta ufficiale solo lo scorso 8 gennaio 2020. In base alle innovazioni introdotte, viene stabilito che i Comuni possono avvalersi della collaborazione dei beneficiari del reddito di cittadinanza. Le attività svolte non sono assimilabili ad attività di lavoro subordinato, parasubordinato o autonomo e non determinano la instaurazione di alcun rapporto di lavoro. Inoltre – sempre in base al decreto in parola – “i partecipanti ai progetti non possono svolgere attività in sostituzione di personale dipendente, non possono ricoprire ruoli o posizioni nell’organizzazione del proponente il progetto, non possono sostituire lavoratori assenti a causa di malattia, congedi parentali, ferie ed altri istituti, o venire impiegati per far fronte esigenze di organico in periodi di particola intensità di lavoro”. L’art. 3 del decreto stabilisce poi che “il catalogo dei Puc attivati, per ambito di attività e numero posti disponibili, è comunicato dal Comune nell’apposita sezione della piattaforma GEPI”.Spetta quindi ai Comuni, tramite i propri responsabili dei servizi, operare gli abbinamenti tra i posti disponibili nei progetti e i beneficiari del reddito di cittadinanza, con obbligo del rispetto di criteri di priorità nel caso di posti non sufficienti.

Una nuova forma di LSU

I percettori del reddito di cittadinanza, tenuti a prestare una qualche attività a favore della collettività, richiamano alla mente i “lavoratori socialmente utili”degli anni ‘90, vale a dire i lavoratori disoccupati o in Cig, percettori di un’indennità erogata dall’Inps per integrare la retribuzione di lavoratori di aziende in crisi , che sono stati impiegati in servizi di pubblica utilità nella pubblica amministrazione. Gli odierni partecipanti ai Pus però si differiscono notevolmente dai LSU, per i limiti e vincoli che sono stati posti alle attività che possono essere richieste, volti a evitare l’instaurazione di una nuova categoria di lavoratori precari, come avvenuto con i LSU.

HOME

Dolore cervicale: Bonus da 350 euro e legge 104 per chi ne soffre. Ecco le novità

Dolore cervicale: Bonus da 350 euro e legge 104 per chi ne soffre. Ecco le novità

 

cervicalgia san lazzaro pinerolo

I dolori di un’ernia sono terribili: lo sa chi è alle prese con la fisioterapia o la ginnastica postulare e, nonostante gli antidolorifici e, a volte, il cortisone, non riesce ad avere tregua. Quando il dolore diventa martellante, diventa difficile trovare la concentrazione per lavorare, anche perché la malattia si riversa sul sonno e, quindi, sulla capacità di recuperare le energie. Insomma, chi soffre di ernia ha davvero di che lamentarsi. E ciò vale sia per le ernie lombari che per quelle cervicali. Lasciando ad altri il compito di individuare la cura e le soluzioni mediche a questa diffusa patologia, ci occuperemo in questa sede degli aspetti legali e delle conseguenze per il malato: in altri termini, quali sono i diritti di chi soffre di ernia cervicale? Si spazia dalle detrazioni fiscali per le spese mediche e per la fisioterapia ai permessi sul lavoro. Ma procediamo con ordine.

Ernia cervicale e detrazioni fiscali

Al pari di chi soffre di ernia lombare, chi soffre di ernia cervicale sostiene spese mediche particolarmente elevate. Tra antinfiammatori, cerotti e farmaci antidolorifici, visite mediche, risonanze magnetiche e raggi vari, sedute di fisioterapia e massaggi, lo stipendio viene consistentemente rosicato. Ecco perché la legge prevede alcune agevolazioni fiscali su tali spese.

Ginnastica postulare o riabilitativa

In particolare, per quanto riguarda la ginnastica postulare o riabilitativaquesta viene fatta rientrare nelle spese mediche e, pertanto, gode di una detrazione del 19% per l’importo che eccede 129,11 euro (franchigia). Attenzione però: per poter ottenere l’agevolazione fiscale è necessario che la ginnastica non sia seguita da un istruttore generico di palestra, ma deve essere effettuata da un fisioterapista con diploma di laurea o altro medico specialista. Inoltre è necessario avere un certificato medico che, dopo aver attestato la patologia, prescriva come necessario rimedio di cura, la ginnastica in questione.

Senza certificazione medica il contribuente non può fruire della detrazione fiscale. Ovviamente, oltre al certificato medico con la prescrizione è necessario conservare la fattura o la ricevuta fiscale della spesa sostenuta (anche in forma di ticket se la prestazione è resa nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale). Se la fattura è rilasciata da soggetto diverso da colui che ha effettuato la ginnastica (ad esempio la società presso cui opera il fisioterapista) serve l’attestazione che la stessa è stata eseguita direttamente da personale medico o paramedico o comunque sotto il suo controllo.

Per usufruire della detrazione, le spese mediche vengono ormai inserite automaticamente dall’Agenzia delle Entrate nel nuovo modello 730 precompilato 2017, mentre andranno indicate dal contribuente nella dichiarazione dei redditi – modello 730 2017 nel rigo E1 a E5, che utilizza il modello cartaceo tradizionale.

Materasso ortopedico

È diritto di chi soffre di ernia cervicale acquistare un materasso ortopedico. Anche per questa spesa è possibile ottenere la detrazione fiscale del 19% previa prescrizione medica su carta intestata (in alternativa il contribuente può  presentare un’autocertificazione che attesti la necessità per la quale l’ausilio viene acquistato) e fattura in cui si specifica il tipo di spesa sostenuta. La fattura deve essere intestata al contribuente.

Fisioterapia

Al pari della ginnastica postulare anche la fisioterapia eseguita da un centro medico specializzato può essere scaricata dalle tasse (si pensi alle sedute di ozonoterapia, la tens, la ionoforesi, gli infrarossi, la tecar terapia, le trazioni, la massoterapia, ecc.). I limiti sono gli stessi: detrazione del 19% con franchigia di 129,11 euro.

Osteopati

Non possono essere scaricate dalle tasse le spese eseguite per prestazioni rese dagli osteopati. Secondo infatti l’Agenzia delle Entrate, l’osteopata non rientra fra le professioni sanitarie riconosciute. Tuttavia, le relative prestazioni sono detraibili se rese da iscritti a dette professioni sanitarie.

Spese mediche

Per l’acquisto di tutte le medicine acquistate da chi soffre di ernia cervicale è consentita la detrazione fiscale del 19% salva sempre la franchigia di 129,11 euro. Ad esempio, su una spesa di 2mila euro si deve prima detrarre 129,11 euro; sul risultato, pari a 1.871 euro si applica la detrazione del 19% pari a 355 euro. In pratica il contribuente scala dalle tasse da pagare allo Stato 355 euro nell’anno successivo a quello di sostenimento della spesa. Dall’altro lato però se la spesa complessiva annua per le medicine è inferiore alla franchigia di 129,11 euro, al contribuente non spetta alcuna detrazione.

Ernia cervicale e assenze dal lavoro

Giorni di malattia

Per chi soffre di ernia cervicale è possibile prendersi qualche giorno di malattia assentarsi dal lavoro. A tal fine però è necessario prima sottoporsi a visita del proprio medico curante. Detta visita va eseguita di persona e non dietro diagnosi telefonica. Il medico redige il certificato e lo trasmette in via telematica all’Inps. In ogni caso il dipendente ha l’obbligo di avvisare tempestivamente l’azienda della propria assenza. L’assenza può prolungarsi anche per diversi giorni, ma non può superare il cosiddetto periodo di «comporto», ossia il tetto massimo fissato dal contratto collettivo oltre il quale scatta il licenziamento. Durante la malattia, nonostante l’assenza dal lavoro il dipendente viene pagato regolarmente. La paga è a carico dell’Inps o, in alcuni casi, viene integrata dal datore.

Chiaramente il dipendente assente dal lavoro per ernia cervicale dovrà rimanere a casa durante le fasce orarie di reperibilità per consentire la visita fiscale. Si può tuttavia assentare – previa comunicazione all’Inps e all’azienda – per eseguire visite mediche indifferibili e incompatibili con le fasce orarie di reperibilità oppure per ritirare radiografie o altri referti medici.

Anche fuori dalla reperibilità, il dipendente deve fare in modo di non compiere attività pesanti che possano pregiudicare la sua rapida guarigione (ad esempio attività sportiva, sollevamento pesi, ecc.), pena il licenziamento in tronco.

Se il medico fiscale, all’esito della visita di controllo, ritiene il dipendente pronto per riprendere il lavoro mentre questi sostiene di non essere ancora guarito, si può aprire una contestazione. In pratica il dipendente deve presentare un ricorso al Coordinatore sanitario della competente sede Inps, cui sarà rimessa l’ultima parola, e nel frattempo può rimanere a casa, purché coperto dal certificato del proprio medico di base (che dovrà eventualmente emettere un’attestazione di prosecuzione della malattia per ulteriori giorni rispetto a quelli già dati all’inizio dell’assenza).

Operazione chirurgica

Se il dipendente è costretto a sottoporsi ad intervento chirurgico per ernia cervicale, può assentarsi dal lavoro per tutta la durata della riabilitazione purché non ecceda il periodo di comporto, senza rischio di perdere il posto o di essere demansionato. Se però l’ernia cervicale dipende da una causa di servizio e dal mancato rispetto, da parte dell’azienda, delle misure di sicurezza e controllo, l’assenza può essere illimitata e spingersi anche oltre il comporto.

Mal di schiena e ambiente di lavoro

L’azienda deve tutelare l’integrità fisica dei propri dipendenti, evitando  mansioni fisicamente troppo pesanti, anche alla luce delle eventuali patologie di cui questi eventualmente soffrono. Pertanto – come si è appena detto – se l’ernia cervicale è determinata da infortunio sul lavoro – perché l’azienda non ha predisposto le misure di sicurezza necessarie a evitare tale rischio – il dipendente ha diritto ad assentarsi senza limiti di tempo, senza perdere il posto.

Causa all’azienda

Se il dipendente che soffre di ernia cervicale resta bloccato a causa delle mansioni svolte e subisce un brusco peggioramento delle proprie condizioni fisiche può fare causa all’azienda e ottenere la rendita dell’Inail tutte le volte in cui si è in presenza di una delle seguenti ipotesi (cosiddetta «malattia professionale tabellare»):

  • lavorazioni svolte in modo non occasionale con macchine che espongono a vibrazioni trasmesse al corpo intero: macchine di movimentazione materiali vari, trattori, gru portuali, carrelli sollevatori (muletti), imbarcazioni per pesca professionale costiera e d’altura;
  • lavorazioni di movimentazione manuale dei carichi svolti in modo non occasionale in assenza di ausili efficaci.
  • Se l’ernia dipende invece da altri fattori il dipendente ha comunque possibilità di far causa all’azienda ma deve dimostrare che la patologia dipende effettivamente dalle mansioni lavorative (nei predetti casi, invece, non c’è bisogno di tale prova).
  • Attenzione però: se il dipendente ha problemi di schiena e di ernia cervicale deve farlo subito presente al datore affinché questi non aggravi le sue condizioni; se non lo fa non può poi lamentare la responsabilità del datore per l’eventuale aggravamento della malattia.
  • Se le mansioni diventano incompatibili

Chi soffre di ernia cervicale ha diritto di chiedere al datore di adibirlo a mansioni compatibili con il suo precario stato di salute. Ma se tali mansioni non sono disponibili (perché già occupate da altri) o non sono previste nell’organizzazione aziendale, il dipendente può essere licenziato.

Ernia cervicale e visita domiciliare

Chi ha un’ernia cervicale di solito riesce a camminare ma potrebbe trovare difficoltà a guidare. Quando il suo dolore è così intenso da impedirgli di andare dal dottore può chiedere a questi la visita domiciliare. Se il medico di base ritiene che vi sia tale necessità e che il paziente è davvero in condizione di non trasportabilità è tenuto alla visita a domicilio. La visita richiesta entro le ore 10 va eseguita in giornata, altrimenti verrà eseguita il giorno successivo.

INVALIDITA’ e  legge 104

Tra le malattie che consentono di poter ususfruire della legge 104 c’è anche il dolore alla cervicale quando è dovuto ad artrite reumatoide, elencata tra le patologie reumatiche, che dà luogo a un’invalidità compresa tra il 21 e il 100%; stessa cosa per  la sclerodermia, la spondilite anchilosante e le altre spondiloartriti, il lupus eritematoso e le vasculiti. Infine, l’artrosi dà luogo a un’invalidità dal 5 al 100%, a seconda della gravità.

HOME

Whatsapp
Send via WhatsApp